La riforma necessaria

La recente questione inerente la  privatizzazione dell’acqua mi spinge ad una riflessione sui rapporti tra politica e società civile. Aldilà della pura contrapposizione ideologica, la privatizzazione del servizio idrico rappresenta, a mio avviso, una forzatura anche dal punto di vista tecnico, per vari motivi. Anzitutto, il prezzo del servizio non è stabilito dalle forze contrapposte della domanda e dell’ offerta, come comandano le leggi del mercato, ma  deve essere stabilito dalle istituzioni pubbliche,  che devono, inoltre, determinare i livelli di qualità  e garantire il diritto all’universalità ed accessibilità del servizio stesso, come recita anche la normativa ultima.

             Inoltre, manca quella che è la forza regolatrice ottimale per il mercato, ovvero la libera concorrenza tra gli operatori. Non confonda le idee il fatto che si debba procedere attraverso bandi pubblici per selezionare il gestore privato: non è l’ente pubblico ma il privato cittadino che utilizza il servizio e paga la relativa tariffa, senza poter scegliere il gestore, in concorrenza con altri,  a cui rivolgersi, e per un motivo molto semplice: l’acqua rappresenta un monopolio naturale, legato ad un territorio dove è impossibile creare un sistema concorrenziale tra più gestori.

             Il fatto poi che, al fine di garantire la continuità del servizio e degli investimenti, i relativi appalti debbano avere durate lunghissime non fa altro che peggiorare  il quadro, potendosi creare  delle posizioni di privilegio in capo al gestore a cui è affidato il monopolio, ed eccessive contiguità tra i rappresentanti pubblici e le imprese di gestione.

             I fautori  della privatizzazione sostengono, da un punto di vista tecnico, che la gestione privatizzata abbia portato sensibili benefici in termini di qualità del servizio ed investimenti sulla rete, altri sono felici perché con le gestioni privatizzate sono stati smantellati dei carrozzoni pubblici inefficienti e clientelari.

             In realtà, non mi pare che si possa parlare di miglioramento del servizio con la gestione privatizzata: le condutture  perdono in modo preoccupante, la depurazione ancora non esiste in alcuni comuni anche se si continuano a pagare i relativi oneri, si verificano situazioni allarmanti a livello locale sulla potabilità dell’acqua. Inoltre,  non si segnalano interventi che una gestione pubblica non sarebbe stata in grado di realizzare e, sulla questione dei carrozzoni clientelari sarebbe forse necessario un approfondimento per verificare se la situazione è veramente cambiata.

             In pratica, se da una parte la gestione privatizzata non è esente da disfunzioni gestionali anche molto gravi, dall’altra l’inevitabile assenza delle forze regolatrici del libero mercato e della concorrenza e la necessità di prevedere convenzioni dalle durate lunghissime fanno venire meno anche la presunta superiorità del privato nell’organizzazione  e nella gestione del servizio e la sua presunta immunità da pressioni o commistioni con la politica.

             Quel  che di buono è stato fatto negli ultimi anni è, a mio avviso, il superamento della dimensione comunale nella gestione degli acquedotti, prevedendo la costituzione dell’Autorita di  Ambito Territoriale Ottimale, in modo tale da ottimizzare su un territorio vasto l’utilizzo delle risorse umane, tecniche e finanziarie. A questo punto mi domando se non è possibile che la gestione diretta dei comuni consorziati nell’ATO,  quindi da parte di un Ente Pubblico sovracomunale, non possa ottenere risultati pari o migliori di quelli delle gestioni private o miste.

              A mio avviso, le inefficienze derivanti da un eccessivo frazionamento delle gestioni comunali sono superate dalla nuova organizzazione, e le inefficienze gestionali del passato (carrozzoni) sono superabili, dal momento che non esiste alcuna regola economica, sociale o finanziaria che dimostri l’incapacità teorica del modello pubblico a gestire efficientemente la cosa pubblica: l’incapacità deriva dalle persone e non dal modello. La scelta delle persone giuste a cui affidare la gestione e l’attivazione di validi sistemi di controllo, elementi comunque necessari anche nella gestione privatizzata, sono alla base del corretto funzionamento di qualsiasi modello.     

              L’inefficienza delle gestioni pubbliche del passato, ribadisco nella gestione della cosa pubblica, è dovuta ad una cattiva politica e non al fallimento di un modello. Riconoscere questa problematica e superarla affidando i servizi ai privati significa per lo Stato abdicare e rinunciare alle proprie funzioni. Pretendere una gestione della cosa pubblica trasparente, efficiente, competente, onesta e semplice nei suoi meccanismi non è rivoluzionario ne reazionario, come invece sembra emergere dalle discussioni politiche di questi giorni.

             La vera riforma che serve allo Stato è quella che restituisce il primato alla politica e attribuisce precise responsabilità agli amministratori della cosa pubblica eletti dai cittadini. Oggi, nella gestione dell’acqua non esiste un responsabile politico diretto al quale è possibile far scontare la cattiva amministrazione con la scheda elettorale. Il sindaco partecipa all’assemblea dell’ATO e la sua responsabilità è annacquata insieme a quella di altre decine di sindaci, ed il presidente della Regione non ha competenze sulla gestione dei singoli enti. A mio avviso, occorre invece individuare proprio nel presidente della Regione il responsabile delle scelte d’amministrazione dei singoli ATO, con poteri  precisi di indirizzo e di veto. In tal modo avremo, senza alibi, un decisore responsabile di fronte ai cittadini elettori ed avremo realizzato la migliore delle autorità di controllo.

Pierluigi Flori

La privatizzazione dell’acqua

La Camera ha approvato in via definitiva il provvedimento Ronchi, nel quale e’ prevista la privatizzazione dei servizi pubblici a rilevanza economica e tra questi è stata ricompresa la gestione delle reti idriche.

Si consuma così l’attacco generalizzato a tutti i servizi pubblici, per favorire le mire delle multinazionali e gli interessi più biechi della speculazione finanziaria. Con questa operazione il Governo ha sancito che si può generare profitto anche dal servizio idrico, quindi l’acqua come merce, alla faccia delle dichiarazioni del consesso mondiale che ha definito l’acqua un bene essenziale. L’attacco ai Beni Comuni iniziato ormai da anni (Governava il centrosinistra) è stato quindi portato a termine dal Governo di Centrodestra. La nuova legge non fa altro che istituzionalizzare il “modello Alitalia”: si privatizzano i guadagni e si scaricano sui cittadini oneri e perdite.

Sulla gestione dell’acqua l’Italia dei Valori è contraria a ogni forma di lucro, il quale non rappresenta altro che un ladrocinio perpetrato ai danni dei cittadini su un bene la cui disponibilità ed accessibilità è  un diritto naturale indissolubilmente legato all’uomo.

La privatizzazione dell’acqua rientra nell’attacco più generale alle condizioni di vita dei cittadini, e rappresenta un ulteriore tassello all’involuzione in senso antidemocratico di questo nostro paese. Distruggere il Welfare, privatizzare i servizi, flessibilizzare e precarizzare al massimo il mondo del lavoro, distruggere il potere di acquisto dei salari, far pagare la crisi ai lavoratori e ai pensionati, queste le strategie dell’attuale Governo, che in compenso finanzia le banche, premia gli evasori attraverso lo scudo fiscale, costruisce leggi ad personam per sottrarre alla giustizia i responsabili del malaffare. Occorre mobilitarsi da subito ed usando anche tutti gli strumenti giuridici possibili, compreso lo strumento referendario per fermare la manovra in atto che mira a distruggere tutto ciò che è pubblico in questo paese.